Ogni lingua è un’entità viva, che affronta ogni giorno nuove sfide, si confronta con le evoluzioni e il passare del tempo, e si adatta ai cambiamenti della cultura e del contesto.

Così nascono nuovi termini, e altri cadono in disuso laddove un oggetto o un concetto non sono più utilizzati e quindi destinati a non essere più nominati. La lingua si apre poi ad accogliere termini di altre lingue, sia di uso quotidiano sia facenti parte di un gergo più o meno tecnico specifico. Talvolta siamo di fronte anche ad un’evoluzione (o involuzione) della sintassi e delle strutture grammaticali, che per i puristi della lingua sono vero e proprio inquinamento acustico (io faccio parte di questa categoria); al contrario, per i fan (appunto) del semplificarsi la vita, possono risultare un naturale e fisiologico fenomeno da assecondare.

Ma andiamo per ordine: oggi vorrei introdurre l’argomento soffermandomi sui neologismi italiani e su alcune acquisizioni più o meno adattate, o pure, dall’inglese

I neologismi

Dicevamo quindi, una nuova invenzione, che sia un oggetto, un comportamento, una ricerca scientifica, una tecnica o un’acquisizione da una lingua straniera, può lentamente fare il proprio ingresso nel nostro linguaggio quotidiano, determinare la nascita di un neologismo e diventare poi parola di uso comune, anche molto velocemente. Alcune parole sono entrate a far parte della nostra lingua in maniera così efficace da dare l’impressione di essere sempre esistite. Il motivo per cui hanno avuto un successo così clamoroso è che alcune nuove parole sono riuscite a riempire in maniera perfetta un vuoto linguistico che nessun’altra parola prima di allora era stata in grado di colmare, svolgendo una funzione di cui i parlanti avevano estremo bisogno. I neologismi poi, in particolare in ambito marketing e pubblicità – dove spopolano -, sono in grado di indicare in maniera iconica la novità di un prodotto rispetto a qualsiasi altro mai messo prima sul mercato e, proprio per questo motivo, i pubblicitari fanno a gara nell’inventare parole che suonino allo stesso tempo familiari, innovative e accattivanti.

Alcuni neologismi italiani

Passerei ora a soffermarmi su qualche neologismo italiano. 

In moltissimi casi i neologismi italiani sono parole composte che derivano dall’utilizzo di un suffisso, ad esempio “-ismo”: “capitalismo” e “comunismo”, come molte altre parole relativamente nuove, si sono formate all’inizio del ventesimo secolo in questo modo. Anche bisteccheria o yogurteria sono parole nuove, create abbinando a parole comuni un altro suffisso adeguato, nella fattispecie “-eria”. Sono stati recepiti poi aggettivi nuovi nati unendo un sostantivo al suffisso “-oso”, come ad esempio petaloso (pieno di petali). La pubblicità ha lanciato poi comodosorisparmioso o addirittura inzupposo per un biscotto.

Si possono considerare neologismi anche parole già esistenti ma applicate in contesti nuovi e con nuove funzioni. Un esempio perfettamente calzante è il termine chiavetta, che oggi è andato a indicare una memoria portatile da inserire in un dispositivo elettronico e molto meno frequentemente una vera e propria chiave di piccole dimensioni. 

Abbiamo poi i neologismi nati da fenomeni di attualità, culturali e politici. Pensiamo alle trovate (e alle disavventure) dell’attaccante Mario Balotelli e la parola balotellata. Pensiamo anche alle espressioni composte da più vocaboli derivanti da fenomeni sociali attuali. Ecco allora la carta d’identità digitale, il contratto di solidarietà, il fine vita, il punto nascita, o la tessera del tifoso.  Dal mondo dei social, fenomeno di recente comparsa, ecco che sono nati termini come cinguettare su Twitter o faccina (l’emoticon che riproduce sul cellulare il sorriso, l’effetto sorpresa o la perplessità di chi scrive). Poi c’è la politica, come dicevo sopra. Cinquestelle, Imu, bunga-bunga, olgettine (le invitate alle feste di Berlusconi) sono figlie della cronaca fra i corridoi parlamentari. Qualcuno, infine, potrebbe essere terrorizzato dallo spesometro, lo strumento per spiare gli evasori, o dall’idea di dover ricorrere ad un centro per l’impiego (erede dello storico ufficio di collocamento).

I neologismi derivanti da acquisizioni dall’inglese

Come abbiamo detto, la lingua si evolve e ammette nuovi termini sulla scia di nuove tendenze, fenomeni sociali, politici e via dicendo. Di pari passo, complice anche la globalizzazione, aumentano le acquisizioni e i calchi lessicali provenienti da espressioni proprie di un’altra lingua che vengono usate così come si presentano, tradotte o riadattate in italiano. Consideriamo il termine nativo digitale derivante dall’americano “digital native”. O ancora le diverse bolle, quelle finanziarie, speculative, immobiliari, che derivano dall’equivalente anglosassone. Pensiamo poi al bastone da selfie, alla Brexit. E poi c’è a chi piace il vippume magari della casa del Grande fratello, chi teme i no-vax, coloro che sono contrari a vaccinare i figli. Si potrebbe sognare di avere la flat tax, l’aliquota unica, o di diventare un designer del suono o partecipare a un talent show. Che dire poi di black Friday, la giornata dei maxi sconti a fine novembre, o di spending review, l’esame delle spese per ridurre gli sprechi. 

Insomma, che si tratti di un’adozione pura, di un adattamento o di un calco nella traduzione in italiano, da tempo siamo ormai di fronte a un fenomeno di flusso continuo di parole straniere che entrano a far parte del modo di esprimersi dei parlanti italiani, sia laddove ci imbattiamo in quello che era un vuoto linguistico, sia laddove il termine straniero è più immediato, sia perché il gergo di un determinato settore ormai impone l’uso di quell’espressione straniera pur in presenza di un equivalente in italiano. 

Stiamo contribuendo ad impoverire la nostra lingua della sua stessa identità o le stiamo dando un funzionale tocco esotico in un mondo sempre più interconnesso ed esterofilo?

Stay tuned per la prossima puntata sul tema!

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